venerdì 12 agosto 2011

La coppia Agnelli-Elkann e l'elogio della strategia del Bar Sport

 

La strategia messa in campo dagli Agnelli come secondo atto della guerra sullo scudetto 2006, frettolosamente giudicata “convincente” da La Gazzetta dello Sport, con l'eccezione dell'unico punto che davvero sta a cuore ai dirigenti Fiat, e cioè il risarcimento dei presunti danni subiti, è stata finalmente tradotta per quella che è da Emanuele Gamba su La Repubblica. “Non si sa se la Juve riavrà gli scudetti ma già il solo fatto di volerli incendia le passioni, allarga il consenso, vela le delusioni degli ultimi anni. E più si alzano i toni, più il gradimento cresce” ha scritto l'inviato a Villar Perosa per raccontare la giornata che una volta era una passerella davanti agli occhi dell'Avvocato e oggi si è trasformata in una fiera di provincia da usare come cassa di risonanza di una guerra di cui tutti gli juventini per primi si dovrebbero vergognare se, come punto più alto, produce striscioni come il “Moggi signore degli Agnelli” visto a bordocampo.

Siamo insomma al Bar Sport. Dopo le minacce, le accuse alla Federcalcio di avere la coscienza sporca e la recita della relazione di Palazzi quasi fosse un mantra, la coppia Agnelli-Elkann ha scalato un altro gradino. Lo scudetto degli onesti trasformato in scudetto dei prescritti e le battute sull'età di Moratti sarebbero di troppo al bancone di un bar, figuriamoci in bocca a due capitani d'industria in erba.

Parole ad uso evidentemente interno (nel senso di mondo juventino) senza che nessuno si sia incaricato in queste settimane, o almeno in queste ore, di spiegare al numero uno della Juventus che di questo passo sarà difficile poter giocare Inter-Juventus e viceversa quando il calendario le proporrà (si inizia il 30 ottobre) e che ogni richiamo al senso di responsabilità per i tifosi suonerà vuoto e ipocrita se un presidente, per primo, si comporta come l'ultimo degli ultrà. Disperiamo che a richiamare Agnelli possa essere la Figc sin qui capace di far trapelare solo un po' di stizza per la tempistica della conferenza stampa a poche ore dalla festa della nazionale a Bari. Come se il resto non fossero problemi di Abete e soci.

La coppia Agnelli-Elkann comunque non sente ragioni. Chi ha seguito la parabola delle sue azioni stenta oggi a capire quale sia il vero obiettivo. La revoca dello scudetto all'Inter? La restituzione come se le telefonate di Facchetti cambiassero davvero la posizione della Juve moggiana? I soldi della Federcalcio? Il confine viene spostato ogni giorno più in là con il dubbio – ma ora è quasi una certezza – che a questa storia non ci sarà mai fine perché, risarcimenti a parte, si tratta solo di una strategia mediatica per far dimenticare al popolo juventino che i nuovi Agnelli non valgono quelli vecchi. Per completare la parabola del presidente-ultrà non resta ora che il rutto (libero) in tribuna durante la partita, uno striscione contro la tessera del tifoso e, in ultimo, una bella rissa con qualche tifoso avversario.

Troppo facile sottolineare come Agnelli quello vero, l'Avvocato, non si sarebbe mai piegato ad argomenti buoni giusto per la discussione davanti a cornetto e cappuccino. Infatti lui il calcio italiano lo comandava e gli bastava una battuta o anche una semplice scrollatina di spalle per far valere i suoi diritti. Andrea no. Lui ha inventato il nuovo stile-Juve. Un misto di arroganza e impotenza. Più impotenza che arroganza a dir la verità, ma evidentemente ai tifosi juventini va bene così.

Giovanni Capuano

lunedì 8 agosto 2011

L'Inter che vende i migliori e le mezze verità di Branca e Moratti



La brutale schiettezza con cui Sneijder ha spiegato che, se succederà, non cambierà squadra per sua volontà ma per un disegno economico dell'Inter, ha sollevato il velo sulle tesi di comodo date in pasto in queste settimane ai tifosi nerazzurri. Sneijder non verrà ceduto perché vuole nuovi stimoli, certezze sul ruolo, un ritocco di ingaggio o chissà cos'altro. Lo farà perché, come ha spiegato lui stesso, “... per l'Inter il denaro è necessario ed evidentemente anch'io sono in vendita per il prezzo giusto”. Punto. Lo stesso vale per Eto'o ed è sospetto il moltiplicarsi di spifferi sulle presunte incomprensioni tra il camerunense e Gasperini che raccontano vicende interne allo spogliatoio e che tali dovrebbero rimanere.

Malgrado le rassicurazioni fornite ancora qualche giorno fa da Moratti, l'Inter non si sta rinforzando né lo farà nelle prossime settimane. Non esiste nessuna ragione tecnica nel sostituire Sneijder con Kucka, Casemiro o qualunque altro nome. E non esiste nessuna ragione tecnica (e nemmeno economica) nel pensare di cedere Eto'o per imbarcare Tevez. L'Inter si sta indebolendo perché costretta dal fair play finanziario e da una gestione pessima o, al meglio, che ha raccolto quanto finalmente poteva senza pianificare troppo il futuro. Non è un caso, ma la radice della malattia, se il monte stipendi supera i 150 milioni di euro mentre, ad esempio, il Milan viaggia verso quota cento.

Le scelte di Moratti sono, dunque, obbligate e dolorose. Il 10 giugno questo blog (http://calcinfaccia.blogspot.com/2011/06/mercato-inter-chi-conviene-che-si-parli.html) aveva già scritto che le voci su fantomatiche offerte per Julio Cesar e Maicon facevano gli interessi dell'Inter. Il tempo si è incaricato di confermarlo. Moratti avrebbe fatto volentieri cassa con i due brasiliani e li ha messi sul mercato. Nessuno ha avanzato richieste se non per Sneijder ed Eto'o. Il prezzo a cui andranno via non sarà quello giusto: 35 milioni l'olandese e una trentina l'attaccante quando Sanchez, Pastore e Aguero sono stati quotati oltre 40. Non è il prezzo giusto ma è la legge della domanda e dell'offerta. La stessa che ha obbligato l'Inter nelle ultime tre stagioni a vendere i pezzi pregiati Ibrahimovic e Balotelli mentre gli ultratrentenni rimanevano al loro posto.

A fronte di questo scenario è troppo chiedere a Moratti di uscire allo scoperto e usare il credito accumulato nel recente passato per spiegare cosa sta succedendo evitandoci il balletto quotidiano di dichiarazioni incrociate e contrastanti tra lo stesso Moratti, Branca e Paolillo? Ancora ieri un infastidito Branca ha risposto ai giornalisti: “Chiedete a Sneijder”. Risposta sbagliata, l'ennesima di questa estate che sta esasperando i tifosi. Che sia lui, insieme al presidente, a sollevare il velo sulle strategie. E' il minimo che devono alla gente. E' il punto di partenza per costruire un nuovo ciclo vincente.

Giovanni Capuano

venerdì 5 agosto 2011

Pizzeria Italia: qualche consiglio per non continare a farsi del male da soli


Qualche consiglio per i dirigenti del calcio italiano che, dopo aver pasteggiato a lungo (non gratis) nei migliori ristoranti del continente, improvvisamente si sono ritrovati nel retrobottega di una pizzeria di quart’ordine. Consigli a costo zero, ovviamente, per evitare ulteriori cattive sorprese. Più che altro l’elenco (parziale) di come anche nelle piccole cose si può riuscire a far danni.

COMPETITIVITA’ IN EUROPA – L’eliminazione del Palermo sorprende solo chi si ostina a non leggere i numeri. Nelle ultime tre stagioni le italiane in Europa sono riuscite a vincere solo un terzo delle 173 partite disputate. Addirittura l’anno scorso hanno fatto peggio: 13 vinte su 52 (il 25%). Perché avrebbe dovuto invertire la tendenza una squadra indebolita dalle cessioni? Benussi, Cetto e Zahavi non sono Sirigu, Goian e Pastore così come Danilo, Doubai e Barreto non sono Zapata, Inler e Sanchez. Prepariamoci a una nuova delusione con l’Udinese e non solo perché l’avversario (l’Arsenal) oggi probabilmente eliminerebbe qualunque squadra italiana. Palermo e Udinese insieme hanno realizzato ricavi da cessioni per oltre 100 milioni di euro. Hanno rinunciato a crescere. Il conto lo paga il nostro movimento, tutto insieme. Va fatto notare che alle cosiddette squadre di seconda fascia non è bastato nemmeno ottenere la tanto desiderata legge sui diritti tv collettivi per pianificare il salto di qualità. A questo punto meglio lasciare Inter, Milan e Juve libere di monetizzare da sole i propri investimenti, gli unici che trainano la serie A. Chiedere a Sky quanto ‘valgono’ in termini di marketing le creature di Pozzo e Zamparini per non parlare della Fiorentina in disarmo di Della Valle. Che almeno l’Udinese, se eliminata, affronti con serietà l’Europa League. Ma se è vero che anche Floro Flores potrebbe finire sul mercato...

PERDIAMO SEMPRE – Piccolo dato statistico dalle amichevoli di luglio. Nei confronti con squadre straniere le nostre di serie A hanno ottenuto 13 vittorie, 6 pareggi e 9 sconfitte. Il bilancio, però, vira sul profondo rosso nel confronto con spagnole (2 sconfitte su 2), portoghesi (1 sconfitta) e inglesi. Bene con le francesi (2 vittorie, 1 pareggio e una sconfitta). Sarà anche calcio che non conta, ma perché anche in amichevole perdiamo quasi sempre noi?

RUGBY ALL’OLIMPICO E LE ROMANE? – Il XV azzurro di rugby giocherà le due partite interne del Sei Nazioni 2012 allo stadio Olimpico. L’idea l’aveva lanciata il presidente del Coni Petrucci, proprietario dell’impianto, nel gennaio scorso ed è diventata realtà il 13 luglio con la garanzia che la Lega era stata consultata e che si sarebbe attivata per “armonizzare il calendario di Roma e Lazio”. Appunto. Le due date in questione sono l’11 febbraio (Italia-Inghilterra) e il 17 marzo (Italia-Scozia). Da escludere la convivenza tra calcio e rugby nelle 48 ore prima e dopo le sfide del Sei Nazioni. Dove e quando si giocheranno Lazio-Cesena e Roma-Genoa? Ecco il calendario ‘armonizzato’ della serie A: a febbraio 5 turni di campionato (di cui uno infrasettimanale), uno di Coppa Italia e 2 di Europa League; a marzo 4 giornate di campionato, una di coppa Italia e 3 di Europa League. A meno che i dirigenti di via Rosellini non abbiano pianificato l’eliminazione europea di Roma e Lazio prima dei sedicesimi si tratta evidentemente dell’ennesimo errore di programmazione dei nostri dirigenti 'pizzaioli'.

58 MILIONI SEDUTI IN PANCHINA – Cosa potrebbero fare Lotito e Marotta con 58 milioni di euro? Molto, quasi tutto. Invece quei 58 milioni di euro sono immobilizzati e rappresentano ad oggi solo un peso nei bilanci di Lazio e Juventus. Incredibile ma vero. La Lazio-bis impegnata a Fiuggi contro la Reggina mentre i titolari giocavano a Villareal costa solo in ingaggi una dozzina di milioni netti. Reja ha cominciato a mettere gente fuori rosa (Kozak, Foggia, Del Nero, Makinwa più qualche giovane), ma se nessuno si compra gli altri come si comporterà Lotito? Ancor più clamoroso il caso della Juventus. Ceduti o prestati Felipe Melo, Sissoko, Traorè e Salihamidzic ne restano da piazzare una dozzina. Secondo i giornali sportivi Marotta pensa di ricavarne almeno 40 milioni di euro. Difficile, anzi impossibile. Tutti insieme costano solo in stipendi 17 milioni netti (34 lordi). Chi si accolla gli ingaggi di Amauri (4,2 netti) e Iaquinta (2,5)? Non si capisce perché, invece di incaponirsi sulla questione degli allenamenti separati che blocca la firma del contratto collettivo e mette a rischio l’avvio del campionato, i nostri presidenti non comincino ad auto limitarsi in modo da non trovarsi nelle condizioni di Lazio e Juventus.

LA NAZIONALE DEI PANCHINARI – Prandelli ci aveva provato ma sin qui nessuno sembra averlo seguito. All’Europeo andranno giocatori impegnati con continuità durante la stagione. Astenersi perditempo. A un mese scarso dalla fine del calciomercato la realtà è che molte delle colonne della formazione azzurra sono poco più che precari di lusso nei loro club. L’elenco? Aquilani e Cassano sono (mal) sopportati, Montolivo (dovunque vada) e Marchisio destinati a fare da comparse, Balotelli in concorrenza con Dzeko, Aguero e un’altra mezza dozzina di attaccanti, Bonucci prossima riserva non appena Marotta riuscirà a mettere le mani su Lugano, Viviano out per infortunio, Palombo e Ogbonna impegnati in serie B. Tra una pizza e l’altra qualcuno si incarica di trovare soluzioni coerenti anche a costo di rimetterci qualche euro? O ci sveglieremo a giugno scoprendo che la nostra nazionale non regge la competizione neanche con la Svizzera di turno?

Giovanni Capuano

giovedì 4 agosto 2011

La mano pesante di Palazzi e i processi in cui l'accusa perde (quasi) sempre


Avviso a tutti quelli che, per commentare il processo sulla vicenda calcioscommesse, hanno evocato stangate e pugni durissimi da parte di Palazzi. Il conto che il procuratore federale ha presentato ai protagonisti della vicenda a prima vista sembra salatissimo: 2 retrocessioni, 58 punti di penalizzazione e 490mila euro complessivamente per le società coinvolte più 10 radiazioni e 110 anni e mezzo di squalifica (di cui 11 e 3 mesi già certificate dai patteggiamenti) per i tesserati.

E’ bene ricordare, però, che si tratta solo delle richieste dell’accusa e che la storia professionale di Palazzi è quella di un magistrato che ha raramente visto confermata nel processo la sua impostazione. Spesso la montagna delle sue accuse ha partorito il topolino di sentenze miti ed dai diversi passaggi.

Il caso più clamoroso rimane il processo Calciopoli dell’estate 2006. Quello che, con un certo interesse, viene tramandato come il grande rogo nel quale bruciò il meglio del calcio italiano. Anche allora Palazzi andò giù durissimo al momento delle richieste: 6 retrocessioni in serie B o C1 di cui una (quelle della Juventus) addirittura doppia con la formula dell’assegnazione “a un campionato inferiore alla serie B”, revoca di 2 scudetti, 57 punti di penalizzazione da scontare nel campionato successivo, 20 radiazioni e condanne per complessivi 118 anni distribuiti tra dirigenti, arbitri e guardalinee. Un castello già in parte smontato dalla sentenza di primo grado: 3 retrocessioni, revoca di 2 scudetti, 132 punti di penalizzazione di cui 88 ancora da scontare e, per i tesserati, 3 sole radiazioni, 66 anni e 9 mesi di condanne e ben 7 assoluzioni. In appello la Corte Federale fece ancor meglio: una sola retrocessione, 2 scudetti revocati, 166 punti di penalizzazione (ma solo 76 da scontare) e, per i tesserati, condanne per 49 anni di squalifica oltre alle solite tre radiazioni.

L’arbitrato davanti al Coni si sarebbe poi incaricato di addolcire ancor di più il tutto cancellando la grande stangata prospettata da Palazzi. Tanto per fare un esempio – a parte la retrocessione della Juventus e la revoca dei due scudetti – le società se la cavarono con 142 punti di penalizzazione di cui solo 52 da scontare (erano 57 con 6 retrocessioni per Palazzi) e i dirigenti con poco più di un buffetto sulla guancia. C’è chi come i fratelli Della Valle, Lotito, Meani e Mencucci passò dalla richiesta di radiazione a condanne di qualche mese e chi, come Carraro, ne uscì addirittura con una multa di 80mila euro senza alcuna diffida.

Un caso unico? No, la regola nei processi della giustizia sportiva. La vicenda del calcioscommesse 2004, ad esempio, vide la Procura chiedere due retrocessioni (Modena e Siena) e penalizzazioni per lo stesso Modena (-6), Sampdoria (-6) e Chievo (-9). Finì con la salvezza per tutti, 5 punti di penalizzazione per il Modena e multe per gli altri club tranne il Chievo prosciolto. E dei tesserati, per i quali era stata presentata una sfilza di richieste a 3 anni per illecito sportivo, rimase in piedi solo la condanna all’ex giocatore del Modena Marasco. Ancor peggio andò nel 2001 con la sospetta combine in Atalanta-Pistoiese di Coppa Italia dove si passò dalla richiesta di condanne a 3 anni per illecito per nove tesserati (tra i quali Doni e Max Allegri) all’assoluzione per tutti davanti alla Corte Federale.

Giovanni Capuano

mercoledì 3 agosto 2011

L'oscar di mercato a Galliani e il Milan proiettato nel futuro


C'è un club italiano che, zitto zitto, si sta allineando ai parametri europei del fair play finanziario e rischia di essere l'unico in grado di farlo senza indebolirsi. Adriano Galliani non lo può dire ad alta voce, ma il Milan sta raccogliendo in questi mesi i frutti di una strategia che ha iniziato a delinearsi nel dopo-Calciopoli: addio alla politica della riconoscenza verso i senatori e tagli sempre più mirati al monte ingaggi. Una strategia obbligata come lo stesso Galliani ha ricordato il 20 aprile scorso nel giorno dell'approvazione del bilancio 2010, quello del profondo rosso da oltre 69 milioni di euro. “Dovremo ridurre il monte generale delle spese” ha spiegato l'amministratore delegato del Milan che al prossimo 30 giugno 2012 potrebbe presentarsi con un monte ingaggi inferiore ai 100 milioni di euro con un'incidenza per la prima volta sensibilmente inferiore alla soglia del 50% nel rapporto ricavi/stipendi che viene indicata come virtuosa dall'Uefa.

Come ci arriverà? Alla fine della prossima stagione andranno in scadenza di contratto undici giocatori. Ci sono ingaggi pesanti (Flamini 4,5, Gattuso 3,5, Nesta 3, Seedorf 2,5 e Ambrosini oltre 2 milioni di euro) e altri minori (Oddo, Yepes, Zambrotta, Inzaghi, Van Bommel e Roma). In tutto un tesoretto da 46 milioni di euro lordi spalmati su undici giocatori ultratrentenni (a parte Flamini) nessuno dei quali centrale nel progetto del Milan del futuro. Una situazione simile a quella dell'estate 2011 che ha consentito a Galliani un taglio pesante (Pirlo) e rinnovi al risparmio per oltre 25 milioni di euro. Già oggi il monte stipendi del Milan è inferiore ai 130 milioni di euro certificati nel settembre scorso. Siamo intorno ai 115 milioni di euro considerando anche l'aumento concesso a Thiago Silva e gli ingressi in rosa del mercato di riparazione. Se Galliani tra un anno gestirà i rinnovi come fatto quest'estate si garantirà un risparmio strutturale da almeno una ventina di milioni scendendo così sotto la fatidica soglia-cento che, a fronte di ricavi ragionevolmente superiori ai 253 milioni raggiunti nel 2010, porterà il Milan nel futuro.

Basta per allinearsi al fair play finanziario? Non del tutto. Servirebbero ricavi in linea con quelli delle big europee che non scendono sotto i 350 milioni di euro. Ma in Italia la legge sugli stadi non arriverà a breve e, comunque, non potrà essere favorevole come quelle in vigore altrove anche a causa di una situazione economica che rende impensabile contributi pubblici. Il Milan resterà a San Siro e per fatturare i più dovrà fare più strada possibile in Champions. Però Galliani sta facendo questa operazione senza indebolire la squadra, anzi. I colpi a parametro zero hanno liberato risorse per 'mister x' ed l'eventuale rincorsa a Balotelli avverrà solo in contemporanea all'addio a Cassano.

Senza dimenticare che nel 2014 – guarda caso l'anno in cui i vincoli del Ffp si faranno più stringenti – andranno in scadenza tutti gli altri big dai contratti pesanti: Ibrahimovic (9 mln euro), Robinho (4), Cassano (3), Taiwo (2), Pato (ad oggi 2,5), Boateng, Antonini, Abate ed Emanuelsson.

L'oscar di mercato va, dunque, a lui. La Juve, che per il secondo anno consecutivo ha sfondato la soglia dei 70 milioni di euro investiti sul mercato, e l'Inter che pezzo dopo pezzo sta smontando la squadra del Triplete, sono un passo indietro.

Giovanni Capuano

martedì 2 agosto 2011

Dopo Agnelli ecco Garrone jr: il ripescaggio della Samp e la fine dell'autonomia sportiva

La mossa della Sampdoria di chiedere il ripescaggio in serie A in caso di condanna di una delle società deferite nel processo calcioscommesse (Chievo e, soprattutto, Atalanta) rappresenta la prima conseguenza pratica di come – dopo l’esposto-Juve su Calciopoli – i confini tra giustizia sportiva e ordinaria siano sempre più difficili da difendere. Questo blog lo aveva scritto il 15 luglio scorso (http://calcinfaccia.blogspot.com/2011/07/calciopoli5-dove-porta-il-ricatto-degli.html): accettare il ricatto degli Agnelli sulla revoca dello scudetto all’Inter avrebbe significato condannare a morte l’autonomia della giustizia calcistica.

Ora c’è la conferma che la battaglia della Juventus è destinata a diventare il parametro di riferimento per molti dirigenti del nostro calcio. Garrone jr. che non più tardi di due mesi fa invitava tutti a “pensare solo a fare bene la serie B”  ha scelto un avvocato di grido per tentare la spallata.

Ufficialmente l’istanza della Samp mira solo a garantire al club blucerchiato la priorità di ripescaggio in caso di penalizzazione e retrocessione dell’Atalanta, in modo da tagliare fuori le pretese di chi nella passata stagione militava in serie B insieme ai bergamaschi. Il riferimento è ai parametri federali utilizzati in caso di mancata iscrizione di una società (classifica, tradizione sportiva, presenze medie allo stadio).

Il passaggio più interessante dell’intervista concessa dall’avvocato Bongiorno a La Gazzetta dello Sport alla vigilia dell’apertura del processo sportivo è, però, quello dedicato alla posizione del Lecce e di Corvia che il procuratore Palazzi ha deciso per il momento di stralciare in attesa di novità da Cremona. “E’ grave che si celebri un processo mancando una parte degli elementi” spiega la Bongiorno che poi affonda: “Se in autunno, a campionato in corso, emergessero circostanze a favore della Sampdoria non sapremmo che farcene”. Eccolo il punto, del resto chiarito in un altra risposta: “Il vero problema è la differenza tra i tempi del processo sportivo, necessariamente brevi, e quelli del processo penale, molto più lunghi”. Un paradosso senza soluzioni perché la proposta dell’avvocato Bongiorno, creare una corsia preferenziale per i filoni di inchiesta con ripercussioni sportive, è nella pratica inapplicabile. Pensate solo alle inchieste per mafia e ‘ndrangheta in cui, tra le carte, compaiono anche vicende relative ai passaggi di società di certi club del sud Italia.

Seguendo il filo logico della Samp non esiste, dunque, alternativa all’allargamento della serie A a 21 o 22 squadre. Impossibile ovviamente, ma sarà il caso che Abete decida di rimettere mano allo Statuto della Figc e cercare di adeguarlo ai tempi, perché a essere uscita con le ossa rotte dall’estate 2011 è proprio l’autonomia del suo ordinamento. Non ha più ragion d’essere avendo a che fare con spa in alcuni casi quotate in Borsa. Difenderla ad oltranza significa consegnarsi nelle mani del primo giudice che avallerà una richiesta danni plurimilionaria.

Giovanni Capuano

lunedì 1 agosto 2011

La Juve senza top player e i milioni buttati da Marotta


I ben informati hanno fatto il conto e sono arrivati alla conclusione che la Juventus butterà sul mercato una novantina di milioni di euro, unica tra le big italiane a competere per budget con le grandi d’Europa. Con la firma di Vucinic (costato 15 milioni di euro) il conto – a un mese esatto dalla fine del calciomercato – è salito a poco più di 72 milioni di euro e ancora mancano almeno altri tre giocatori (un difensore e due esterni offensivi). Sulla quantità, dunque, ci siamo: Pirlo, Pazienza, Ziegler (arrivati a parametro zero), Lichtsteiner (10 milioni di euro), Vidal (10,2+1,5) e Vucinic più i riscatti di Matri, Quagliarella, Motta e Pepe (in tutto 37,2 milioni di euro) messi insieme fanno certamente una bella lista della spesa. Nessuno di loro, però, è il top player che lo scorso 25 maggio Marotta e Andrea Agnelli avevano annunciato forse un po’ troppo precipitosamente. E, soprattutto, nessuno toglie il dubbio che gli uomini di mercato bianconeri si stiano muovendo come per rispondere alla logica della paura di restare a secco piuttosto che seguendo un progetto condiviso. Passi per gli svizzeri che completeranno il reparto degli esterni bassi, ma che senso ha aver acquistato Vidal (o al limite aver deciso di accollarsi l’ingaggio pesantissimo di Pirlo) per poi scoprire che uno dei due dovrà snaturarsi perché possano convivere? Ed è valsa la pena inseguire per il mondo il colpo a sensazione (Aguero, Ribery, Nani, Robben, Higuain e Pepito Rossi) senza mai fare il passo decisivo per chiudere almeno una di queste trattative? L’esperienza del Psg lo insegna; se un club non ha l’appeal di Barcellona o Real Madrid l’unico modo per convincere il cosiddetto top player é presentarsi e pagare cash senza discutere troppo sui dettagli. Aguero si poteva fare prima della Coppa America soddisfacendo le richieste dell’Atletico (40 milioni di euro). Perso. Giuseppe Rossi sarebbe venuto a Torino di corsa: bastava staccare un assegno da 30 milioni. Perso. In compenso l’acquisto di Vucinic e i riscatti di Matri e Quagliarella insieme sono costati 41 milioni di euro e hanno appesantito numericamente un settore dove già ci sono Del Piero, Amauri, Iaquinta, Toni, Krasic, Martinez e lo stesso Pepe. Con 41 milioni di euro non si poteva fare meglio? A un mese dalla fine del calciomercato la domanda è legittima. Marotta ha trenta giorni per sfoltire la rosa a colpi di minusvalenze e assicurare a Conte i tre giocatori che servono. Nemmeno Lugano, Alex, Coates, Perotti e gli altri di cui si parla oggi sono top players. Le parole del 25 maggio (“Tutti i grandi calciatori che abbiamo sondato hanno dato la propria disponibilità a trasferirsi a Torino, anche se non andremo in Champions League” aveva detto) sono evaporate nel vento di giugno e luglio. La Juve è vicina al record dei 74 milioni spesi nella passata stagione. “Quest’anno punteremo sulla qualità” ha giurato Marotta. Il mercato gli ha dato fin qui torto.

Giovanni Capuano